Intervento Ministro Moratti 9 maggio 2003

QUALE EUROPA PER I GIOVANI? - Roma 9 maggio 2003


 

Intervento del Ministro

 

Convegno

QUALE EUROPA PER I GIOVANI?

 

Pace, giustizia, tolleranza, solidarietà, diritti e doveri, responsabilità, per una identità europea

 

Venerdì 9 maggio 2003, ore 15:30

Casino dell'Aurora - Palazzo Pallavicini-Rospigliosi, Roma

 

 

A) Cinquant'anni di crescita comune: e ora?

 

Sviluppo sostenibile, occupazione e qualità delle risorse umane, demografia e immigrazione, giustizia sociale, disagio giovanile, lotta alla droga e alla criminalità: è lungo l'indice delle voci della fase di profondo cambiamento che sta investendo la società europea in questi anni. Altrettanto lungo - possiamo immaginarlo - è l'indice dei disagi e delle recriminazioni che si avvertono nelle nuove generazioni di ragazzi e ragazze europei, così come lungo l'elenco delle loro speranze e dei loro sogni.

 

In una parola, potremmo dire che questi giovani di oggi chiedono alla classe dirigente della "nuova Europa" maggiori capacità di assecondare il cambiamento gestendone i fattori di criticità con spirito più innovatore e ottimizzando le opportunità che lo scenario della "nuova Europa" offre.

 

A questi giovani che chiedono meno burocrazia e più capacità decisionali, meno rigidità amministrative e più visione strategica dobbiamo una risposta convincente che parta da un progetto di cooperazione culturale, tecnica e scientifica per fare del nostro grande patrimonio di civiltà, di benessere e di democrazia una risorsa per lo sviluppo e per la coesione sociale.

 

La forza dell'Europa e la capacità che essa avrà di influenzare positivamente i processi di modernizzazione, di integrazione e di cooperazione sono legati infatti anche alla qualità dell'istruzione e della ricerca alla quale i giovani europei potranno accedere; alle opportunità che essi avranno di scegliere liberamente percorsi educativi e formativi flessibilizzati per assecondare le loro vocazioni e le loro inclinazioni; alla possibilità che sapremo offrire ai giovani europei di ogni età e ceto sociale di disporre di buoni sistemi di istruzione continua; e, infine, all'effettiva mobilità di saperi e di culture che potremo garantire loro mediante, ad esempio, la trasferibilità dei titoli di studio e l'equiparazione dei diversi modelli nazionali di istruzione.

 

Negli ultimi cinquant'anni l'Europa ha fatto un lungo cammino nella direzione di una "crescita comune". Un progetto che oggi appare tutt'altro che concluso. Probabilmente, la strada che abbiamo da percorrere non è meno ardua di quella che abbiamo già compiuto.

 

In un'Europa che oggi si scopre profondamente divisa su grandi temi politici internazionali e che tuttavia sta per allargare i propri confini per darsi un modello di unità, la sfida sembra sempre più essere rappresentata dalla conquista di una vera identità culturale. Un'identità unitaria che risieda nelle diversità. Un'unità da costruire sui principi della convivenza, della comprensione, del rispetto.

 

 

B) Istruzione e ricerca per la cultura e la coesione sociale.

 

Mi sembra di poter affermare che questo modello identitario abbia soprattutto bisogno, per evolvere e per consolidarsi, di politiche che non si limitino a favorire una progressiva convergenza economica ma sappiano rafforzare tra i giovani europei la coesione sociale e culturale, riconoscendo il ruolo specifico dell'educazione e della ricerca.

 

Privilegiando esclusivamente la dimensione economica dell'integrazione europea si rischierebbe di attivare, proprio nelle nuove generazioni, un clima di indifferenza e di disaffezione nei confronti dell'idea stessa di Europa, idea che verrebbe percepita in termini di costi, di vincoli burocratici e infrastrutturali. Fattori, questi che per diverse ragioni sono lontani dalle motivazioni e dai bisogni reali dei giovani.

 

Del resto, oggi è universalmente accettato quanto, con una grande intuizione, Carlo Cattaneo ebbe più volte a dire quasi un secolo e mezzo fa, che cioè la ricchezza di una comunità è data, oltre che dalla terra, dal capitale e dal lavoro, dall'intelligenza e dalla volontà, senza le quali anche i fattori di produzione della ricchezza perdono il loro valore.

 

Questo accumulo di intelligenza era allora, ed è ancor di più oggi, fortemente dipendente dall'istruzione, dalla formazione e dall'innovazione che nasce dall'esplorazione delle nuove aree della conoscenza.

 

La ragione che spiega come mai l'Europa non riesce, a differenza di quanto sono riusciti a fare gli Stati Uniti sino a tempi recenti, a consolidare le premesse di un lungo periodo di crescita sta probabilmente nella maggiore debolezza europea nei campi dell'educazione, della formazione e della ricerca.

 

 

C. L'importanza delle riforme strutturali.

 

Per vincere la duplice sfida della stabilità macro-economica e sociale e quella del conseguimento di tassi di sviluppo più elevati, i paesi dell'Unione Europa hanno in questi anni deciso concordemente di attuare alcune riforme strutturali.

 

La creazione di uno "spazio europea dell'istruzione" e di uno "spazio europeo della ricerca" sono, ad esempio, due dei pilastri della "strategia di Lisbona" che ha come obiettivo quello di fare dell'Europa, entro il 2010, la società più competitiva e dinamica basata sulla conoscenza.

 

A tre anni da quel solenne pronunciamento di intenzioni, la "strategia di Lisbona" è passata da una fase declaratoria ad una fase progettuale, essendo stata fissata un'agenda con date e scadenze precise.

 

Ciò sta a significare che il processo delle riforme strutturali è concretamente iniziato, malgrado si trovi ancora in una fase iniziale.

 

I risultati finora ottenuti sono certamente di grande rilievo.

 

Dall'avvio della "strategia di Lisbona" sono stati creati cinque milioni di nuovi posti di lavoro, 500.000 dei quali nel solo 2002 nonostante il clima economico poco favorevole. La disoccupazione si è ridotta di due milioni di unità.

 

Le preoccupazioni, tuttavia, non mancano.

 

L'Unione Europa si trova ad affrontare un rallentamento della crescita. Le incertezze economiche e i rischi politici globali condizionano pesantemente le prospettive a breve e medio termine e pongono vincoli pesanti alle politiche di sostegno pubblico del ciclo produttivo.

 

Il processo delineato a Lisbona richiede a questo punto del nostro cammino un ulteriore e decisivo impulso. Pena un probabile fallimento degli obiettivi che ci siamo posti. Per esempio, l'obiettivo fossato a Lisbona di un tasso di occupazione del 70% entro il 2010 richiederà profonde riforme strutturali dei mercati del lavoro e dei sistemi pensionistici e previdenziali.

 

Rispondere a quella sfida richiede infatti un forte impegno, coerente e costante, e significa porre l'istruzione e la ricerca al centro dei processi di crescita e modernizzazione delle nostre società, utilizzando a pieno tutte le potenzialità del capitale umano di cui l'Europa dispone, capitale umano inteso come l'insieme delle conoscenze, delle capacità e delle competenze di ogni cittadino europeo.

 

 

1. Istruzione e formazione.

 

La costruzione dell'Europa politica passa per la costruzione di un modello culturale europeo e richiede che i sistemi nazionali dell'istruzione siano ri-orientati per fare sì che la scuola torni alla sua originale missione educativa e sociale ponendo al centro di questa missione lo sviluppo e la formazione della persona umana.

 

Ai giovani europei di domani dobbiamo offrire una scuola votata alla duplice missione etico-educativa e professionalizzante - obiettivi di pari dignità e rilevanza - per insegnare e diffondere il senso del vivere civile e della convivenza sociale, formando coscienze che custodiscano il valore della vita, della legalità, della giustizia, della democrazia e della pace, e per offrire loro migliori garanzie di occupabilità e di reddito.

 

Perseguendo questi obiettivi, le politiche educative e formative dovranno entrare a pieno titolo nel processo di costruzione della nuova Europa, rafforzando il senso della comune appartenenza nel rispetto delle reciproche identità nazionali.

 

Rendere la scuola e l'università più attraenti diviene oggi una scelta obbligata se si vuole ottenere quella crescita culturale che è presupposto irrinunciabile di una solida costruzione della società europea di domani. E diventa una scelta altrettanto importante se, parimenti, puntiamo a dare alle nuove generazioni maggiori opportunità di occupabilità e di reddito.

 

Stiamo assistendo recentemente ad importanti progressi in questa direzione. Ad esempio, la scorsa settimana il Consiglio dei Ministri dell'Educazione, riunito a Bruxelles, ha approvato due programmi ("Erasmus Mundus" e "E-Learning") che contribuiranno significativamente nei prossimi anni ad accrescere la mobilità degli studenti, e con questo all'internazionalizzazione dei sistemi educativi nazionali, e ad aumentare le opportunità date dalle tecnologie per l'insegnamento a distanza.

 

Progetti concreti, così come concreti e verificabili sono finalmente oggi i benchmarks sui quali potremo misurare i progressi che ogni paese dell'Unione saprà realizzare rispetto ad obiettivi didattici ed organizzativi ormai da tutti condivisi.

 

Mi riferisco ai nuovi indicatori di qualità educativa e formativa che sono stati ufficialmente varati dai Ministri per quanto riguarda la riduzione della dispersione scolastica, che non dovrà superare il 10%, l'aumento del 15% dei laureati in materie scientifiche, il tasso di completamento dei cicli di istruzione secondaria superiore (che verrà elevato all'85%), e la partecipazione ai sistemi di lifelong learning che dovrà interessare il 12,5 % della popolazione europea.

 

 

 

 

2. La ricerca.

 

Alla costruzione di una "nuova Europa" che sia capace di offrire ai cittadini dell'Unione, e soprattutto ai giovani, qualità di vita migliori deve partecipare da protagonista il mondo della ricerca.

 

Il progetto al quale stiamo lavorando prevede la creazione di uno "spazio europeo della ricerca" che faccia del grande potenziale innovativo di cui l'Europa dispone un campo aperto ove sia possibile trasformare le idee in reale valore aggiunto.

 

I giovani europei devono poter crescere respirando una nuova cultura scientifica, una visione della ricerca legata alla qualità della vita, al sostegno di un benessere diffuso, alla sicurezza.

 

Ed è per questo che stiamo, noi tutti membri dell'Unione, orientando le politiche della ricerca verso quegli ambiti (ambiente, salute, biotecnologie, trasporti, alimentazione, comunicazioni) che possono maggiormente garantire ricadute positive sulla vita dei cittadini europei.

 

Come sapete, l'Unione Europa punta a promuovere maggiori investimenti degli Stati e delle imprese nell'innovazione, con l'obiettivo di raggiungere il 3% del PIL destinato alla ricerca, con i due terzi di provenienza privata.

 

Un obiettivo reso più arduo dal peggiorare del quadro macro-economico rispetto alle prospettive che si intravedevano nel 2000 quando a Lisbona fu lanciato il progetto decennale della società europea della conoscenza. Un obiettivo che si spera ancora di poter raggiungere operando fondamentalmente su cinque fronti:

-        aumentare il volume degli investimenti in ricerca e innovazione soprattutto tra le piccole e medie imprese che spesso rappresentano la maggiore opportunità di occupazioni per i giovani ricercatori;

-        sviluppare e diversificare i centri di eccellenza e le loro reti infrastrutturali nella logica di un'impostazione multicentrica dell'Europa della ricerca, in modo da dare ai giovani ricercatori maggiori opportunità di sviluppo e affermazione professionale;

-        assicurare ai giovani ricercatori un' effettiva mobilità, con specifica attenzione allo sviluppo delle loro carriere ed alla partecipazione delle donne nei campi scientifici;

-        garantire la formazione di nuovi ricercatori (come stiamo facendo noi in Italia, dove nell'ultimo anno sono stati formati circa novemila giovani ricercatori);

-        promuovere una migliore comprensione della scienza nella società.

 

Questi obiettivi - che potrebbero portare nei prossimi mesi al lancio di una "Maastricht della ricerca" - saranno perseguiti per ridare alla ricerca un ruolo di volano dello sviluppo economico e tecnologico e per fare in modo che, grazie alla rinnovata spinta della ricerca ed alle sue ricadute occupazionali e di reddito, si arrivi a ridurre i divari esistenti tra le aree più ricche e quelle più povere del paese, tra il Nord e il Sud dell'Unione Europea, tra le fasce di popolazione europea che beneficiano più da vicino dei cicli virtuosi della ricerca e quelle che oggi ne stanno invece ai margini.

 

La politica dell'Unione Europa in materia di competitività necessita dunque di essere profondamente e rapidamente adeguata alle nuove esigenze poste dal perseguimento degli obiettivi di Lisbona.

 

Questa visione nuova dei problemi legati alla ricerca ed allo sviluppo degli investimenti in innovazione è imposta oggi dalla complessità dei fenomeni che determinano le dinamiche di sviluppo socio-economico. Complessità resa evidente dai cambiamenti strutturali del ciclo di crescita di lungo periodo che legano le prospettive di espansione economica sempre più intimamente alle produzioni ad alta intensità di conoscenza.

 

 

D. Sicurezza, sviluppo, integrazione.

 

Pur nelle molte differenze che segnano il panorama europeo, penso soprattutto all'imminente allargamento dell'Unione Europa all'ingresso dei 10 paesi candidati, avverto una crescente consapevolezza a tutti i livelli politici di voler ricercare ed offrire un contributo originale ed innovativo sul piano intellettuale e culturale.

 

Consapevolezza che l'ammodernamento dei sistemi di istruzione e il miglioramento degli apparti nazionali di ricerca servono a difendere gli interessi di sicurezza, sviluppo e integrazione della società europea nel suo complesso.

 

Siamo sempre più convinti che l'Europa stia attenta non soltanto alle questioni che riguardano la ridistribuzione del bilancio, ma anche ai temi del rafforzamento della coesione sociale, della riduzione del divario tra i paesi più o meno sviluppati, all'adozione di nuove politiche di convergenza.

 

Non si tratta, dunque, di lavorare esclusivamente per ridare nuovo slancio economico all'Unione, ma di prendere atto della sempre più rapida crescita di una domanda per la creazione di un'Europa sociale.